Nel 1884, all'età cruciale di trentacinque anni e dentro un ginepraio non meno intricato e «oscuro» di quello dantesco, il riminese Achille Serpieri scrive la sua autobiografia. Mazziniano sin dalla prima gioventù, a diciassette anni era accorso volontario all'appello di Garibaldi e aveva combattuto tra le sue file nel Veneto e poi, l'anno seguente, a Roma; nel 1874 — con Saffi, Fortis, Valzania e Francolini — aveva partecipato alla sfortunata «congiura» di Villa Ruffi, dov'era stato arrestato e tradotto, in manette, alla rocca di Spoleto. Non è però la politica la più ardente delle sue passioni. «Giovane d'anni e di cuore, di natura vivace e sfrenata» e «vago di emozioni di qualunque natura» (così si ritrae), da buon eroe foscoliano e byroniano si fa sacerdote di due divinità voraci: il dio dell'amore e il demone del gioco. Intriso di cultura romantica, alle storie d'amore e alle avventure galanti Serpieri si dà con spensierata, generosa prodigalità. Le une e le altre rivivono nelle pagine delle memorie con una varietà di toni e una sincerità di accenti che ci restituiscono, vivi e interi, una stagione, un luogo e un universo femminile ben più ricco, vario e complesso di quanto solitamente non si pensi. Nel 1884, in disastrose condizioni economiche, senza lavoro, tradito dagli amici, disilluso negli affetti, costretto, infine, ad abbandonare la sua città natale — con un brillante futuro alle spalle, insomma —, Serpieri fa un bilancio della propria vita: che se è il bilancio di uno sconfitto, non è però, in nessun modo, quello di un «pentito».
EAN
9788838792366
Data pubblicazione
1989 01 01
Lingua
ita
Pagine
98
Tipologia
Libro in brossura
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