Benché profondamente diverse nella genesi, nella struttura, nell'ordinamento, nella cultura e nelle vicende storiche che sono tanto causa quanto effetto dei tratti distintivi che le caratterizzano, le società cinese e indiana appaiono accomunate da una discutibile prerogativa: il ruolo di assoluta e intransigente subalternità storicamente assegnato alla donna. Relegate di volta in volta — in virtù di tradizioni ataviche e leggi scritte — nel ruolo di perfide e infide tentatrici o di esseri poco più che senzienti, adatti tutt'al più a servire devotamente il maschio padrone, fanciulle e bambine non sono mai state innalzate al pieno status di esseri umani, rimanendo confinate nel limbo della semplice proprietà, al pari degli oggetti e del bestiame. Poco hanno potuto le aperture di Mao e Nehru contro la discriminazione di genere, che, a partire dalla seconda metà del XX secolo, si è abbattuta con particolare e sistematica veemenza soprattutto su bimbe e neonate: alle «tradizionali» pratiche dell'infanticidio e dell'abbandono, tuttora largamente diffuse in entrambe le nazioni, si sono affiancati l'aborto selettivo e il lucroso — e spesso torbido — mercato delle adozioni internazionali. Cina e India presentano, infatti, un rapporto di genere tra i più bassi al mondo. La riabilitazione della figura femminile, la sua piena collocazione nella vita attiva della nazione, il completo riconoscimento della dignità e dei diritti, oltreché del significativo e insostituibile apporto al benessere del paese, costituiscono oggi una delle maggiori sfide che Cina e India sono chiamate a raccogliere. E, al fine della loro stessa sopravvivenza, a vincere.
EAN
9788868682866
Data pubblicazione
2018 12 06
Lingua
ita
Pagine
250
Tipologia
Libro in brossura
Altezza (mm)
212
Larghezza (mm)
142
Spessore (mm)
20
Peso (gr)
330
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