Padua riesce a dare fuoco alla frase italiana: la coltiva, la nutre, ne insegue la forma e l’ordine e, infine, per brevi scatti di nulla e spostamenti essenziali, la sovverte e la sfalda, la riporta nuda alla bocca e alla voce che dice. In una girandola di ossessive prose brevi e percussivi versi frase, in un «lingua scarica, arresa, didascalica, sterile terra arida », tutto il nostro contemporaneo discorrere si fa inquietudine e incendio, cecità e paradossale insistenza in una visione allucinata per continui slogamenti, fratture, incubi. Chi parla sembra non poter smettere mai, animato da una vitalità infinita sebbene residuale, ottusa quanto brutale, ma che mai pone il proprio dire fuori del controllo di una paradossale ragione immacolata. Per via di questa quasi innocente necessità logica, la lingua di Padua è quella di chi si schiera, di chi partecipa sempre alla storia, paradossalmente militante al di là del profitto e dello scacco e così resta in un estremo, sia esso urlo o bisbiglio, attaccato a una «fine perenne, imminente, che non ha conclusione». Ne emerge un universo come «un teatro tranquillo di guerra», dove tutto è immobile e tutto va contro tutto. Compito del lettore, insieme a questa lingua, è quello di abbandonarsi, disintegrarsi in un’immanenza ineluttabile che è ciò che resta alla fine di ogni retorica: «Quando esplodi cristallo, nello stesso frangente, reagisce lo spazio a contrarsi, e ci disintegriamo, senza oltre». (Tommaso Di Dio)
EAN
9788893468329
Data pubblicazione
2024 10 08
Lingua
ita
Pagine
92
Tipologia
Libro in brossura
Altezza (mm)
190
Larghezza (mm)
150
Spessore (mm)
11
Peso (gr)
134
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