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Raffaele La Capria non riconosceva più Capri: “l’isola il cui nome è iscritto nel mio”: tutto cambiato nel luogo amato poi lasciato, dove ormai “perduto è questo mare”. Diceva lo scrittore amico che Capri era diventata un “oggetto di consumo” invaso da turismo di giornata, frequentato da “facce piene di voglie e vuote di significato” come quelle di qualsiasi “cialtrone motorizzato”. L’autore dell’armonia perduta ha scritto che qui a Capri si avverte meglio la fragilità della natura in stretta relazione con la bellezza che ormai, si sa “non esiste che per essere profanata”. Dal prologo di Matteo Bianchi e Carolina Leite Edizioni Pagine d’Arte
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