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«Alla fine, il puntuale, implacabile lavoro di Belelli, questa disamina della tortura verbale, questa inquisitoria dell'Inquisizione, ci lascia inquieti e turbati perché ci toglie di sotto la poltrona su cui crediamo di poggiare: tronfi di modernismo, orgogliosi del nostro political correct, credendoci al sicuro da quelle antiche selvagge crudeltà, le riscopriamo nostro malgrado incrinare la nostra fede nella neutralità del sillogizzare e colorare il nostro linguaggio quotidiano di un sottile filo rosso» (dalla postfazione di Roberto Cuppone).
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